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L’itinerario di Veronica (…) si è svolto sulla direttrice di un’interpretazione sempre più approfondita e coinvolgente dell’espressività della figura umana, come icona della vita sulla terra. Di qui la sua insistenza su certi tratti corporei (gli occhi, le mani) che meglio esprimono ansie e passioni, desideri e timori, insomma quella vitalità che è indizio di un peculiare carattere dell’esistenza.

Negli sguardi allucinati, tragicamente fissi di certi suoi volti è rappreso tutto un groviglio di sensazioni e di voleri, come se le pupille fungessero da organi di un linguaggio alternativo a quello labiale : la pittura, così, diviene parola, esprime nell’icasticità della rappresentazione figurata un discorso tanto compiuto e coinvolgente quanto quello locutorio. Ma se questo tramite è da sempre conosciuto nella storia della pittura, un nuovo mezzo di espressività è adottato da Veronica quando affida alla figurazione delle mani i suoi intendimenti comunicativi. Le dita e le loro articolazioni assumono nella sua pittura un ruolo di intensa significazione : sono lì a rappresentare, in un vibratile intento di allocuzione, ora un’esigenza di difesa da forze esterne (Pioggia), ora un ripiegamento sull’essere profondo dell’individuo (Intimità). Quell’apparente nodosità delle falangi è emblematica della sofferenza dell’uomo, del suo bisogno di esplicitare le proprie esigenze, della sua ansia di amore, di comprensione.(…)

Dunque, una pittura gremita di messaggi che colpiscono a fondo la sensibilità dell’osservatore, lo inducono alla riflessione e lo stimolano a partecipare emotivamente al lavoro creativo, producendo così quel legame interattivo che è il fine più alto dell’arte. Aver raggiunto questo obiettivo è un merito che Veronica Francione può legittimamente attribuirsi grazie alla ricchezza della sua ispirazione e alla profondità del suo sentimento.

 

Stralci tratti dalla critica di Umberto Russo